In una casa sana


"Mens sana in corpore sana" nasconde un terzo anello, quella della "domus", che aggiunge un terzo sintomo/causa degli altri due. Perche’ il circolo puo’ essere sia virtuoso che vizioso, ma in Inghilterra e’ piu’ probabile la seconda delle due. In quanto circolo non c’e’ davvero un punto di appiglio da cui cominciare, uno dei tre va bene, tanto poi si ritorna al punto di partenza.

Quindi, la casa. Una casa sana e’ costruita con dei materiali di pregio, e’ bene isolata, ha dei solidi pavimenti, non prevede il formarsi di muffe, e’ facilmente aerabile, bene illuminata e ha un infallibile sistema fognario. In tutte le case, chiaramente, uno o piu fattori possono venire a mancare, ma quando l’immobile e’ ben tenuto e mantenuto lo spazio risulta ugualmente ben vivibile. Mai come a Londra ho visto cosi pochi dei suddetti mancare. Le case inglesi non sono fatte per essere aerate. Passeggiando per Londra ci si rende conto che l’ottanta per cento delle finestre sono a ghigliottina, altre non sono apribili, alcune hanno solo una fessura basculabile e pochissime si aprono a ventana come nel bel paese. Quelle a ghigliottina spesso e purtroppo si aprono con una piccola vite, che richiede circa un quarto d’ora di rotazioni per ottenere un minimo e sufficiente flusso d’aria. Quindi mi sono ritenuto fortunato a trovare una casa in cui le mie finestre a ghigliottina si aprono “a mano”, anziche’ a vite. Ricordo che comunque una finestra di questa specie rimane sempre ostruita a meta’, e non sara’ mai del tutto aperta. Inoltre, lavare la parte esterna del vetro risulta un’operazione abbastana difficile. Non avrei mai pensato che mi sarei dato alla pulizia dei vetri, ma quando il mondo esterno risulta cosi opaco non si puo proprio fare a meno di intervenire, in posizioni abbastanza scomode e col rischio di cascar giu’.

Giu’ dove? Le tipiche casette vittoriane sono di tre piani. Uno interrato con giardinetto, uno a livello della strada e un primo piano. Una famiglia abbiente aveva cosi un downstairs (sotto il terreno) dove alloggiare la servitu’, e un upstairs dove vivere con la propria famiglia (camere da letto al primo piano, salotto, studio e dining room al pianterreno).

Poi con la modernita’ si e’ deciso di far soldi, le case sono state barbaramente divise ottenendo appartamenti diversi in uno spazio monofamiliare come quello della casetta vittoriana. Quindi sotto camera mia, la nostra living room e cucina ho degli sconosciuti che scruto puntualmente dalle mie finestre, quando scorrazzano per il minuscolo backyard che gli e’ spettato. Convivere avendo sotto i piedi una famiglia a pieno titolo, e non la servitu’, vuol dire che i proprietari sottoterra avanzeranno pretese un po’ fuori luogo. Perche’ se la casa e’ pensata per una famiglia con la sua servitu’, i pavimenti/soffitti saranno fatti… alla bell’e’ meglio, non saprei come altro dirlo. Pare che DJ e consorte, questi i miei sottostanti, siano infastiditi dalle nostre lavatrici, dalle mie chiamate skype, dai passi nella living room. Gia’ perche’ a peggiorare la situazione i miei coinquilini hanno levato la moquette - oggetto degno di un post a se’ - dal pavimento, e le umide travi di legno che sostenevano lo strato isolante di gomma e poi quello di malaciniglia panassorbente (gli Inglesi la chiamano “carpet”) , quelle umide travi ora rimbombano mica male sopra la camera da letto della coppia di sotto. Io li capisco. Ma loro non capiscono. E al di sopra di tutto, io non capisco come si faccia a fare un pavimento cosi, che richieda la presenza di un’orrido e morbido mocio esteso che felpera’ anche i passi ma al tempo stesso ospita sozzume e nuove forme di vita da far gioire biologi in cerca di fama.

A proposito di forme di vita, un gruppo di amici ha dovuto abbandonare una casa perche’ invasa dai funghi. Ogni giorno dovevano andare a tagliare funghi dalla campana di quasi 20cm, in continua e copiosa ricrescita giorno dopo giorno. Alla faccia della riproduzione sessuale, le spore sono in giro da prima dei dinosauri e hanno trovato terreno fertile tra le umide pareti di questa nazione. D’altronde con le piccole finestre che hanno, non sempre apribili e quando possibile difficilmente spalancabili, cosa c’era da aspettarsi?

Ora potrei procedere in due direzioni. Procedere all’indietro: i corpi che abitano la casa; oppure procedere in avanti, riprendendo il ciclo: la mente che concepisce questo spazio. Ma questi li lascio all’immaginazione vostra.

Scaldandocasa


Dopo la festa di compleanno da Beniamino mercoledì, grande festa di Housewarming a casa mia ieri sera. Festa che ha registrato un’affluenza più o meno triplicata rispetto al previsto, ma grazie al portentoso aiuto di Dalila e alle bevande e vivande offerte dagli invitati siamo riusciti a sfamarci lo stesso e molto bene. Mastra Pizzaiola si è potuta dilettare con farina 00 Barilla, passate di pomodori italiani, mozzarelle italiane e ricotte friulane, prese tutte in un banale supermercatino dietro casa. Qui vicino infatti, in Pakistan*, ho trovato un’Esselunga mica male: un mini-market off license che vende quasi esclusivamente prodotti italiani, fortunatamente senza spacciarsi per un deli(-katessen) e con dei prezzi onesti. La pasta Garofalo, i succhi Santal, gli olii e gli aceti italiani, i wafer, l’intera linea di biscotti Mulino Bianco (dai Pan di Stelle, Macine e Abbracci ai più ricercati Settembrini e Baiocchi), i caffé di varie torrefazioni nostrane e altro ancora, tutti comodamente reperibili dietro casa. Ad ogni modo la festa è riuscita bene, noi Italiani non siamo stati troppo italofoni e i gruppi di persone si sono miscelati q.b.

Visto che persino gli scalini che danno in strada sono stati apprezzati e paragonati a quelli di una casa di Harlem, oggi ho sfruttato la splendida giornata per pulirli, strappar via erbacce e muschi, spazzare via terriccio e foglie secche dagli angoli e rimetterli a nuovo. Ora sono pronti per accogliere un chill-out pomeridiano anni ‘80 il prossimo weekend. Prima di ciò ho fatto una mega-colazione con Luca a Loafing, bellissimo café nel village di Victoria Park dove spero di tornare quanto presto.

Carboidrati e pioggia


Dopo un’intensa settimana lavorativa, un trasloco inizialmente traumatico, una levataccia per attivare il conto in banca prima di andare al lavoro, siamo giunti al fine settimana e, ancora una volta, abbiamo mangiato da Gionni, cheffortuna! Mentre settimana scorsa avevamo mantenuta intima tra Enrica, lui e me una pasta con la ‘nduja, ieri si è tenuto il party del carboidrato, in cui io e i miei connazionali ci siamo abbandonati a gustosissimi stereotipi culinari così suddivisi:

  • Dalila: pizza
  • Io: sos macarrones de punzu con sugo di melanzane
  • Fiorella e Paolo: tagliatelle al ragù
  • Daniele e Giulia: budino al cioccolato

Tutto ovviamente con l’aiuto di Danele Z., Gionni e gli Irlandesi, più la partecipazione del Belgio, Danimarca, Portogallo e Inghilterra.

Per proseguire gli stereotipi, il clima locale oggi ha deciso di esibirsi in pioggia continua, tant’era sopraffatto ieri da una giornata di sole e una serata italiana. 

Il bidet non è che un sintomo


P.D.

Almeno nella capitale, uno si aspetta di meglio. A Roma, ai tempi antichi, si era arrivati ad acquedotti e terme. Nel 2012, nella capitale inglese non si pul trovare neanche il miscelatore. Al suo posto un rubinetto per l’acqua calda e uno per l’acqua fredda. Se si è fortunati questi sgorgheranno da una sola bocchetta, se no da due diverse e ai due lati del lavandino. Ma anche quando il getto fuoriesce da una sola bocchetta, capita che questo sia contemporaneamente bollente e gelido, anziché miscelato. 

Mi sono appena trasferito in una nuova casa e già ne trovo le pecche, forse sono un po’ incontentabile, ma che ci sia della melma nera nell’oblò della lavatrice, che nel relativo cassettino per il detersivo si trovino incrostazioni ammuffite, proprio non lo concepisco.

Perché le spugne stanno abbandonate, viscide di non so più cosa, nel lavandino? Perché non c’è un detersivo per i piatti (e al suo posto trovo detergenti per tutte le superfici alla candeggina)?

Perché anziché usare degli stendini ortodossi prediligono queste strane costruzioni instabili che manco lo Jenga, pochi fili di ferro di cui alcuni a raso terra?

Spesso e volentieri gli Italiani glissano sull’argomento con una semplice affermazione: “Eh va bè, sono Inglesi.” Ma mannaggia agli anglicani, alla monarchia e a ‘sto giubileo, cosa se ne fanno delle Olimpiadi quando un buon corso di educazione all’igiene riempirebbe molto meglio gli slot televisivi della BBC. E a buon rendere.

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Ho visto una bellissima mostra di Kiefer sull’alchimia, intitolata “Il Mistero delle Cattedrali”, che ha chiuso lo scorso weekend alla White Cube (sede Bermondsey), una galleria dai grossi spazi espositivi dotata inoltre di sala proiezioni, dove ogni domenica si può vedere gratuitamente un film selezionato da un artista contemporaneo.

Ops


Il tempo che passa e gli aggiornamenti scarseggiano, mi si perdoni lo iato. Tra la ricerca della casa e la consegna di un dossier d’animazione per il festival di Annecy, il progetto Londonico è passato in secondo piano. 

In sostanza ho ottenuto la casa su Victoria Park. Pare fossi in lizza con una ragazza+gatto ma quando i due attuali inquilini si sono resi conto che la volevano solo per il gatto… hanno preferito me. A questo punto potremmo anche prenderci un felino per noi. Kim e Xander sono stati così gentili da invitarmi a cena la settimana successiva, e abbiamo pasteggiato a patate e salmone.

Ho anche imparato a fare le orecchiette, a casa di Gionni con Dalila, Enrica, Giulia e Daniele, seguendo il tutorial dei nipoti di Nonna Palma su youtube. Le orecchiette sono venute buonissime con un sugo di cime di… barbabietole, che da isolani abbiamo queste. Quindi l’acqua è diventata rossissima e anche la pasta.

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La seconda ricetta della settimana degna di nota è indubbiamente il pesto di pistacchi da Fiorella, dove abbiamo bollito e pelato i frutti secchi per frullarli senza la pellicolina viola-marrone. Il risultato è stato naturalmente verdissimo.

Venerdì al lavoro è stato organizzato il Kid’s Day e tutti gli impiegati figliati hanno portato i propri pargoli in ufficio, trasformato dal piano interrato fino al quinto in un grande parco giochi: stanze coi cuscini, stanze coi videogiochi, stanze-piscine con palline, luoghi per disegnare e colorare, pitture facciali elaborate e chi più ne ha più ne metta. 

La settimana piena


Eravamo rimasti alle foto nella neve, candidi e felici… Il giorno dopo mi sono svegliato ben fiacco e non sono manco andato alla Tate Modern con Dalila ed Enrica perché ora di sera stavo pure peggio, domenica notte non ho dormito e lunedì non sono potuto andare al lavoro. Mi sono così riposato e ripreso, pronto per un martedì energico e sbadato. Tant’è che con le intenzioni migliori sono uscito di casa con due sketchbook, uno per i disegni dal vero che faccio settimanalmente al Vintage Emporium, uno con gli schizzi per un progetto di film, che avrei dovuto scansionare a Turner ma poi mi sono dimenticato. Alla sessione di disegno è venuta anche Enrica, nuovo acquisto della squadra Bonafous di Brick Lane. Poi ci hanno tutti abbandonati, tranne Johnny e Jennifer - la nostra nuova amica Anglocinese - con cui abbiamo assaggiato la margherita di Pizza East, buona ma scarsa. Il nostro cameriere napoletano con accento cockney ci ha bene intrattenuto facendoci indovinare la sua provenienza… Mi chiedo tutt’ora se davvero ignorasse la posizione e l’esistenza di San Marino. Comunque, attento come sono, all’ora dei saluti ho dimenticato l’album coi disegni non scansionati al ristorante! Fortunatamente era proprio lì e il giorno dopo sono andato a prenderlo, ma con una certa fretta…

Mercoledì pomeriggio è stato infatti molto particolare. Era da un po’ che in casa si sentiva un certo olezzo, solo a tratti, non sempre e comunque abbastanza leggero. Un cattivo odore di uova marce, quasi. Così settimana scorsa Davide aveva chiamato l’agenzia per sapere sul da farsi e senza preavviso se li ritrova in casa mentre a me veniva assegnato uno storyboard da disegnare al lavoro. Le grandi notizie arrivano tutte insieme. Ricevo una chiamata tra il disperato e l’euforico in cui il mio caro coinquilino mi spiega l’origine del fetore. I due impiegati dell’autospurghi pare fossero inizialmente indecisi sul da farsi, tanto da chiamare il capo, che pure lui una roba così non l’aveva mai vista. Scopriamo allora di avere una cantina sotto di noi, sotto il nostro pavimento di assi di legno ricoperto da moquette vecchia e logora. La cantina in questione era però stata riconvertita in piscina. Una piscina di merda. 30cm di cacca e pipì in cui i gentilissimi inviati dall’agenzia hanno spalato e aspirato la nostra personalissima cloaca domestica, riparato il danno, pulito e disinfettato. Cacca quasi al ginocchio. Chissà di chi poi e da quanto tempo. Chiaro che al mattino non sentivamo l’odore, dopo una notte a gelare. Ma nel pomeriggio e a sera, quando veniva smossa più volte dai continui sciaqui, tiraggio acque e lavaggio piatti il tanfo era sollecitato e ben contento di salire su da noi a farsi sentire un po’. A quanto pare era successa una cosa simile a Galileo l’anno scorso, proprio qui a Londra. Dev’essere una particolare maledizione per stagisti Turner. Comunque, a detta di Davide la casa era irrespirabile il giorno dello svuotamento e mi ha incoraggiato a dormire altrove. Sono quindi uscito presto per tornare da Pizza East a recuperare il mio sketchbook, poi mi sono affrettato a casa dove l’odore persisteva in corridoio, ho fatto una valigia alla buona e sono scappato da Danielondon a passare la notte e a godere di un magnifico piatto di penne, pomodori secchi, acciughe, noci e origano. Grazie. Quando si toccano punti così bassi si gode appieno di di cibi così gustosi. La mia riconoscenza tornerà in una dimostrazione ancora da definirsi. 

Ieri sera sono invece rientrato a casa per trovare un fortissimo odore di disinfettante al pino silvestre e limone, un po’ nauseabondo, e mi auguro che non stia coprendo qualcos’altro. Attendo il momento in cui non sentiremo più odori. Poi verso sera sono andato a visitare una stanza per marzo, in una location più che perfetta: Old Ford Road con salotto che dà su Victoria Park e la camera in questione con vista sul Canale dall’altra parte della casa… I ragazzi che la occupano al momento erano arrivati quasi a 90 persone, e sarebbero arrivati a 120 nel weekend. Spero di aver fatto una buona impressione, incrociate tutti le dita. 

High Road Echo


Londra è effettivamente dotata di una colonia Bonafoussiana abbastanza imprescindibile, fortunatamente. Qui si reintrecciano conoscenze e si assegnano volti a nomi letti nei titoli dei vecchi film di diploma.

Questa settimana ho fatto la mia prima visita al Principe Carlo, proprio lui, il cinema preferito di Quentin Tarantino, vicino a Leicester square. Leicester square. Non verrebbe voglia di dire “Laisester” o “Liisester”? Nossignore, con un accenno alle complicate computazioni francesi la piazza viene pronunciata “Lèster” con la È bella aperta. Grazie e arrivederci. Il Prince Charles cinema è noto per la selezione di pellicole del passato che riproietta quotidianamente, più o meno con criterio, nelle due sale up- e downstairs. Sottoterra, nel bagno degli uomini, si troverà anche il Kevin Smith cubicle, primo cesso da sinistra con foto del regista, felicemente NON intento a minzione. Fiorella, Paolo ed io siamo così andati a vedere My Week With Marilyn, MWWM. Wow, avrebbero dovuto fare l’acrostico, altro che titolo esteso. Bella fotografia, performance interpretativa magnetica e tutta la Classe Attori Bene d’Inghilterra presente - mancava forse solo Maggie Smith - reggono un film forse un po’ troppo parlato, descritto e senza spazio per l’intuizione dello spettatore, a cui spesso vengono raccontate le cose che vede… Ad ogni modo… +, mi è piaciuto.

Hackney Museum ha inaugurato una mostra sull’omonimo quartiere giovedì ed Enrica vi espone una stampa, invito quindi i lettori più abbienti a recarvisi per acquistare il pezzo dell’ex-bonafoussiana in esilio. Post-vernissage al pub, siamo Inglesi no? Così Inglesi che abbiamo tutti ordinato una pizza, d’altronde l’offerta del mese prevedeva qualsiasi pizza a £5, quindi abbiamo scelto le più costose, come la Milano (non ricordo neanche più che ingredienti usasse) e la ‘nduja. Eravamo a quel punto una simpatica compagnia di Italiani settentrionali, e lo dico perché l’argomento è stato ampiamente sviscerato, per concludere che i Milanesi sono sempre i peggiori… Siamo stati talmente rumorosi da scacciare una coppia vicino intenta a discutere una sceneggiatura, prontamente sostituita da quattro Inglesi che hanno invece avuto la meglio su di noi, reindirizzandoci tutti verso casa.

Venerdì sera gran finale della settimana con una cena dai Baiardini-Barbera, dove “il” Danielondon ha soddisfatto i buongustai in noi ancora una volta, nobilitando dei semplici ingredienti a una pasta alla Norma degna di questo nome. Usciti di casa per recarci alla festa dell’anno, ci siamo ritrovati davanti a cinque o sei impietosi poliziotti che spingevano la testa di un ubriaco molesto contro il bordo del marciapiede. Una volta giunto il nostro autobus ci siamo seduti per discutere dell’accaduto, conformemente alla testata che stavamo per fondare e in questa disposizione: Danielondon davanti a tutti, in qualità di testata, sfodera i titoli da prima pagina puntando sul 5:1 (poliziotti:ubriaco); seguito dalla seconda e terza pagina (Giulia e Dalila) che affrontano il discorso approfondendolo sotto altri punti di vista: sociologico, politico e morale. In coda Enrica ed io, completamente sganciati dalla realtà, inserto culturale e gossip intenti a trovare un nome a questo quotidiano improvvisato, scegliendo High Street Echo. Sempre più esclusi dalla conversazione davanti a noi siamo poi costretti a diventare settimanale, finché non ci siamo proprio spostati a sedere in testa al bus, dichiarandoci mensile indipendente. La festa, la festa dell’anno, la festa di Jack, quello di U’ Sciroccu, si è tenuta nella di lui casa, ovvero l’ex bordello di Brick Lane riconvertito a magione: una casetta di tre piani, con terrazzo sul tetto e vista Gherkin, con tanto di backyard per lanciare fuochi d’artificio. Gli interni erano ricoperti di carta argentata e illuminati da natalizie blu e neon multicolori. Tutta la Londra d’animazione era presente alla festa, ex-bonafoussiani e colleghi, amici di,  amici di amici di, gente probabilmente imbucata, Italiani, Spagnoli, Inglesi, Portoghesi, Francesi e probabilmente anche qualcos’altro, ma non ho teso l’orecchio per altre lingue. Ce ne siamo andati verso le 4, cantando a squarciagola e semiperdendoci tra strade, iPhone, Google Maps e bus notturni. 

Quindi il giorno dopo ha prontamente nevicato, alla sera, accumulando 10cm o poco più di soffice biancore. Verso le due di notte, con Davide, siamo usciti a fare foto, sollazzandoci con le pose lunghe e le strisciate di luce.

Visti


Venerdì ho scoperto Itsu, catena londinese di cibo giappo-fusion decisamente economica che dopo le 3 dà addirittura la zuppa di miso gratis. Avevamo bisogno di uno spuntino rapido prima di andare a vedere Men in Motion al Sadler’s Wells Theatre, e così siamo incappati in questa food’s court di Angel. Lo spettacolo raccoglieva diversi pezzi brevi, tra cui il mitico Spettro della Rosa, eseguito ormai più di cento anni fa da Nijinsky, e Narcisse, quest’ultimo interpretato da un fantastico Sergei Polunin, che ha mirabilmente dato corpo a una coreografia moderna e intrigante. Tutti i ballerini sono stati decisamente sopra le righe, anche se lo spettacolo pare sia stato modificato per la serata poiché alcuni danzatori russi non sono riusciti a ottenere un visto per tempo. Il visto è una costante UK 2012 a quanto pare, visto che anche un mio ex-compagno di scuola sta avendo vita difficile col Regno Unito…

Il giorno dopo abbiamo ripreso proprio da Angel, e ho portato mia mamma al Broadway Market lungo il Naviglio del Reggente, percorrendo l’alzaia già battuta qualche settimana fa. Abbiamo bevuto tè sia prima che dopo pranzo, mangiato dalle bancarelle del mercato e  preso un paio di bus verso la British Library per vedere la bellissima mostra sulle miniature in corso fino a metà marzo (leggi: andate!). Dopodiché abbiamo cercato e trovato la banchina 9 e 3/4, marcata “Important Information” sui cartelli che ivi conducevano. Poi ho portato la mamma teinomane da Fortnum & Mason a comprare i tè, e abbiamo scoperto che nel famoso negozio di Picadilly vendono anche una serie di snack a base di insetti: lecca lecca con scarafaggio caramellato all’interno, scorpioni ricoperti di cioccolato, formiche giganti tostate… Meno male che dall’altra parte della strada vendono dolci tradizionali giapponesi (Minamoto Kitchoan)! Stanchi e affamati, dopo tutte le nostre camminate non siamo riusciti a raggiungere un tailandese come ci eravamo ripromessi, ripiegando così su un ristorante cinese di livello molto più basso rispetto a quello della sera prima… I bao zi eran buoni, ma le zuppe eran solo brodo di grasso, bleah!

Il giorno dopo siamo andati subito al V&A, girovagando per le produzioni artistiche cinesi, giapponesi e indiane e poi per i disegni, le stampe, i costumi e gli arredi teatrali e anche una stanza che metteva in mostra la seta dorata di un ragno del Madagascar. Anzi, di una ragna, che tesse un filo giallo saturo difficile da produrre a scopi commerciali a causa della natura cannibalistica dell’aracnide… Esposti erano uno scialle e una veste ricamati minuziosamente, mentre accanto mostravano un documentario sulla produzione di questo raro materiale. Abbiamo poi pranzato nel museo, e meno male, dopo la cena di sabato il buonissimo cibo offerto dal Victoria & Albert ci ha rifocillato come si deve. A parte la variegata selezione tra piatti caldi, piatti freddi e snack, il ristorante occupa delle sale bellissime: una dalle pareti decorate con le figure antropomorfizzate delle quattro stagioni e dei dodici mesi, un’altra più grande con le vetrate e in cui si esibisce un pianista. Buoni anche il tè e il caffè, alla faccia della Rough Guide di Londra che denigra apertamente le suddette bevande per come vengono preparate in Inghilterra. Gli autori dovrebbero rifarsi un giro. Nel pomeriggio volevamo andare a prendere, appunto, l’afternoon tea da Bea’s of Bloomsbury, su Theobald’s road, ma non avendo prenotato abbiamo dirottato su Covent Garden, visto il mercato coperto, adocchiato un ristorante indiano su Neal street e diretti verso l’Ambassador’s Theatre, dove avremmo visto Stomp. Chiaramente non abbiamo rinunciato al tè pomeridiano, anche se per la fretta abbiamo dovuto prendere on-the-go un infuso di menta fresca. Dopo lo spettacolo siamo tornati a Punjab, il più antico ristorante di cucina nord-indiana del Regno Unito che ha tenuto fede al suo nome e fatto godere le nostre papille!

Ieri sera ho invece preparato una cenetta sarda per Davide ed Elisa, evviva la bottarga! Oggi, di rito, disegno al Vintage Emporium, dove abbiamo conosciuto Jennifer, ragazza anglocantonese che dopo la sessione si è unita a me, Dalila e Johnny per una cena vietnamita in cui a turno ognuno ha inventato e raccontato la storia della vita del proprio vicino. 

Il drago dorato


Tra tutte le sue mitologie, il 2012 ha anche nomea di essere un anno del drago. Non che abbia la minima idea di cosa significhi - m’informerò, statene certi - ma tant’è che oggi è venuta la mamma a prendermi al lavoro e siamo andati a Gerrard street a festeggiare me, lei, Londra, il drago, il 2012 e quant’altro. E nel cuore della China Town londinese, indecisi tra una Pagoda Dorata e un Dragone Dorato, abbiamo optato per il ristorante più consono al suo tempo. Per fortuna e che bontà non sentire l’omnigusto di gluttamanto monosodico che in genere permea la cucina sino-italiana; abbiamo mangiato davvero bene. E poi a prendere la valigia di beni alimentari, tecnologici e indossabili che mi ha portato dall’Italia, a casa di Camila che la ospita. Sono tornato con l’overground, attraversando la parte settentrionale di Londra da ovest ad est, riflettendo sulle scelte cromatiche della linea metropolitana di superficie e chiedendomi cosa la renda più gradevole di quelle sotterranee. Non ne sono ben venuto a capo, ma credo che in parte sia perché concede una visuale durante il tragitto. 

Milano sbandiera l’Inghilterra


Già, il capoluogo lombardo ha la stessa bandiera dello stato britannico, ma per un momento quel drappo appeso ad una finestra mi ha fatto pensare che un mio concittadino abitasse nella mia stessa via. 

Il martedì è ormai stabilmente il giorno in cui si va a disegnare. Oggi un modello che indossava degli occhiali e che festeggiava il compleanno. Dalila, Giovanni e [ragazzo belga, devo ancora recuperare il suo nome] sono venuti a disegnare, anche se poi per cena siamo rimasti solo noi italiani. Siamo andati all’oramai solito Damascu Bite di Brick Lane, dove il nostro tavolo con intarsiato il Taj Mahal ci attendeva in un’altra posizione, lanciando un gioco di “trova la differenza” rispetto alla settimana precedente. Il cameriere, che allora ci aveva servito in maniera piuttosto brusca, questa volta ci ha sorriso e trattato con ogni riguardo, servendoci qualche piccolo extra. 

Tornando alle differenze continentali-isolane, e pensando in particolar modo alla guida sul lato sbagliato della strada nel lato sbagliato della vettura, mi chiedo con che logica abbiano concepito i semafori inglesi. Al contrario di quelli italiani, che lampeggiano o mostrano il giallo solo per passare dal verde al rosso, qui succede anche l’opposto. Cosicché le macchine già si mettono in moto, anzi partono durante la fase di transizione, lasciando sempre qualche pedone in un minuscolo spartitraffico.